di pAMELA DEL MORO
Perchè lei?
"Perche lei ha qualcosa che nessuno ha e lo condivide solo con me"
Tempo di lettura: 2 minuti circa
Se ti piace questo articolo, condividilo oppure scrivimi in privato:
Un anno fa scrissi:
quando avevo 20 anni, ogni volta che potevo prendevo la macchina e mi facevo lunghe passeggiate sulla spiaggia.
Spiagge bianche immacolate, lambite da un’acqua limpida, trasparente cristallina.
Camminavo a lungo, da sola, su sabbie bianche e quasi irreali, accarezzate da un’acqua così limpida da sembrare finta. Il mare prendeva il colore del cielo, lo rifletteva senza opporre resistenza. Anche d’inverno, a volte, quei colori tornavano.
Io guardavo la mia isola e il mare come se fossero un confine. Un limite fisico ed emotivo. Il mondo era lontano ed io avevo fame di scoprirlo…
Ma soprattutto avevo fame di scoprire me….
Oggi, a distanza di quasi vent’anni, mi ritrovo a fare le stesse passeggiate.
Una spiaggia simile; colori che mi riportano a casa, a quella casa che non è solo un luogo, ma uno stato dell’anima.
Nel mezzo, però, è successo di tutto.
Ho perso amori e affetti;
ho fatto scelte sbagliate, e altre incredibilmente giuste;
ho viaggiato da sola;
ho mentito, più a me stessa che agli altri.
Sono caduta, mi sono rialzata, e poi sono ricaduta di nuovo.
Ho avuto il mio primo vero esaurimento nervoso; privato e lavoro si erano fusi in un unico macigno che mi schiacciava il petto.
Ho fallito.
Ho mollato.
Mi svegliavo di notte con il cuore che sembrava voler scappare dal corpo, attacchi di panico improvvisi, dolori fisici che non sapevo spiegare.
Fino a quando ho ceduto, al pianto vero, quello che non chiede permesso.
Guardavo il soffitto della mia stanza e oltre il clielo, pregando un’entità senza nome, senza volto, senza religione, di aiutarmi a superare quel dolore.
Chiedevo una cosa sola: portami in cima a questa sofferenza, fammela vivere tutta, fino in fondo, così da non doverla più temere.
Mi dicevo:
“Ok. Se questo momento ha un senso, allora me lo vivo fino all’ultimo respiro.”
Poi, un giorno, ho smesso di piangere.
E ho ricominciato a salire.
Non tutto insieme.
Non ero pronta.
Ma un pensiero alla volta ho iniziato a cambiare; a desiderare un’evoluzione totale, dentro e fuori.
Ho messo i primi paletti;
ho tolto ciò che non mi apparteneva più;
ho cambiato abitudini, sguardi, silenzi.
Un pezzo alla volta.
A volte, ripensando alla donna che ero, una lacrima scende ancora, per quello che ho perso nel tragitto, ma se potessi tornare indietro rifarei tutto.
Anche fallire.
Perché senza quelle crepe oggi non sarei questa.
Non avrei raggiunto i traguardi che mi ero promessa.
Se ce l’ho fatta io, che ero davvero un caso umano, allora può farcela chiunque.
Il primo passo è uno solo: volerlo davvero.
Sono andata a cercare me stessa, la strada che mi spettava.
Le mie risposte.
I miei desideri, che oggi non sono più sogni vaghi, ma progetti concreti.
C’è stato un tempo in cui desideravo una “mini me”, convinta che mi avrebbe resa completa.
Poi, arrivata alla soglia dei quarant’anni, ho capito una cosa fondamentale:
anche se non dovesse arrivare mai, io sono già completa.
Forse purtroppo. O forse, per fortuna.
Non sono il tipo di donna che mette al mondo un figlio senza interrogarsi prima sul suo benessere.
Non sono il tipo di donna che costruisce una famiglia con leggerezza.
Sono una donna che ha bisogno di essere compresa, accettata;
vista in tutte le sue sfumature, anche quelle scomode.
Ho conosciuto persone meravigliose, uomini e donne.
Ma nelle relazioni sono esigente, complicata;
ho bisogno di sentirmi a casa tra le braccia di un uomo, di percepire amore e serenità, non tensione.
Ho bisogno di sapere che resterà, nella gioia e nelle avversità, fino alla fine dei nostri giorni.



Due identità uniche che camminano insieme, non una che annulla l’altra.E ho bisogno di sapere che, se un giorno qualcuno chiedesse a quella persona:
“Perché proprio quella stronza?”
lui sia fiero di rispondere, senza esitazione:
“Perché quella stronza ha qualcosa che nessuno ha, e la condivide con me.”
Ti potrebbe interessare...